Affari Italiani

Affari Italiani Venerdì, 26 maggio 2017 – 07:42:00 Torna a Milano l’artista olandese Rudy van der Velde, con una mostra intitolata ‘CRICETI #nutrirsidarte’ di Beatrice Elerdini

Torna a Milano l’artista olandese, Rudy van der Velde, con una mostra intitolata‘CRICETI #nutrirsidarte’: è pronto nuovamente a stupire con una coraggiosa, irriverente e ludica collezione di opere New Kitsch, dedicata ai maggiori critici, curatori e storici italiani, da Dorfles, Zeri e Schwarz a Boatto, Barilli e Vergine; da Bonito Oliva, Celant e Caroli a Daverio, Sgarbi, Bonami, Beatrice, Crespi. Grazie alla Fondazione Maimeri, in collaborazione con Francesco Tursini, la nuova mostra dell’eclettico Rudy van der Velde prenderà vita allo spazio MAC, in piazza Tito Lucrezio Caro 1: martedì 6 giugno 2017alle ore 18,30, ci sarà l’inaugurazione. Le opere rimarranno in esposizione sino a venerdì 9 giugno dalle ore 10 alle ore 19, mentre a partire dal 12 Giugno 2017 verranno esposte allo Spazio TID.

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Dopo il grande successo ottenuto con la mostra Kitsch-Oggi il Kitsch, fortemente voluta e curata da Gillo Dorfles, presso la Triennale di Milano, Rudy van der Velde ha deciso di tornare a sorprendere. Affari Italiani lo ha incontrato nel suo studio, per un’intervista a cuore e mente aperti. Il giornalista professionista, direttore creativo, arti director, nonché artista Kitsch, Rudy van der Velde, ha raccontato di sé, della sua mostra e del suo futuro.

Il 6 giugno 2017 verrà inaugurata la sua nuova mostra intitolata ‘CRICETI #nutrirsidarte’: dove nasce questo titolo e cosa significa? “Ho scelto per il titolo della mia nuova mostra la parola ‘criceti’, perché per assonanza è molto simile a ‘critici’, è un gioco di parole. Critici e criceti vanno entrambi in cerca di nutrirsi, anche se il loro cibo è differente e per i critici è ovviamente l’arte. Io li considero un po’ come degli UFO, poiché io non faccio parte del loro mondo e onestamente un po’ li invidio perché riescono sempre con poche parole a descrivere perfettamente il significato e il senso di un’opera d’arte. Cosa che a me non riesce in alcun modo, io mi occupo di creare, lo faccio sempre con grande spirito di libertà, gioco e ironia, a cui aggiungo sempre un pizzico di provocazione”.

La nuova mostra ‘CRICETI #nutrirsidarte’ è dedicata ai maggiori critici, curatori e storici dell’arte italiani: in che modo vengono evocati/rappresentati? “Non c’è in realtà un metodo unico, la creazione delle opere avviene molto liberamente. Il mio modus operandi è estremamente spontaneo e istintivo, anche se ognuna contiene elementi che richiamano alla storia più o meno personale di ciascun ‘Criceto’ “.

Osservando le sue opere si possono facilmente individuare diversi elementi, simboli, che appartengono al mondo della religione e della superstizione, quali ad esempio, le croci e i cornetti rossi. Possiamo pertanto affermare che l’arte Kitsch è anche un po’ eretica? “Certo, lo è sempre. Il Kitsch non rientra in nessun tipo di standardizzazione artistica, non è definibile in maniera universale. Ad esempio per me un’opera può non essere Kitsch, mentre per un altro lo è assolutamente. Il Kitsch è nato i primi del Novecento, ed è piuttosto distante dalle mie creazioni che sono invece New Kitsch, dato che per realizzarle utilizzo oggetti che appartengono al nostro presente. Pensa, persino Gillo Dorfles, che ha sempre sostenuto che il Kitsch rappresentasse il cattivo gusto, vedendo le mie creazioni, ha lasciato una porta un po’ aperta verso questo tipo di arte. Naturalmente per me è stata una grande soddisfazione!”.

E’ lei stesso a definire la sua arte come ‘New Kitsch’, possiamo parlare anche di Avanguardia Kitsch? “Mah, in realtà per quello che ho potuto verificare, cercando su Google, curiosando su Instagram e andando anche a vedere personalmente qualche mostra (poche a dire il vero), non ho visto molto Kitsch in giro, direi quasi nulla. Onestamente e senza voler peccare di presunzione, al di là delle mie creazioni, oggi, non sembra esserci niente di assimilabile al Kitsch, né tanto meno al New Kitsch. Quindi non si può parlare di corrente e nemmeno di Avanguardia. Forse sto gettando le basi per un nuovo movimento che si svilupperà nel futuro e che sarà appunto il New Kitsch”.

‘Ogni popolo ha l’arte che si merita’, ha dichiarato: cosa deve dunque aspettarsi l’Italia di oggi? “L’Italia è un po’ un teatrino, sotto diversi aspetti, ad esempio, quello politico, culturale… è un Paese molto variegato, un po’ come lo sono le mie creazioni. Al loro interno sono racchiuse diversità incredibili, che sono espressione della futilità odierna. In altre parole rappresentato simbolicamente l’attuale livello culturale, che è drasticamente calato rispetto al passato. E’ proprio in queste spaccature culturali che si insinua il Kitsch”.

Osservando le sue creazioni, emergono diversi elementi che riportano al Barocco: il teschio, ad esempio, che in questa corrente artistica simboleggiava la morte, la caducità dell’esistenza, che ruolo assume nel New Kitsch? “A dirla tutta il teschio è anche un po’ un elemento che appartiene alle mode contemporanee, fa parte del nostro tempo, viene utilizzato praticamente ovunque, quindi è un elemento che mi ha senza dubbio influenzato. Ad esempio, per creare questo pezzo dedicato a Jim Morrison, son partito proprio dal teschio, una forma che non è più umana, ma richiama qualcosa di umano. Ne ho fatte diverse di creazioni partendo dal teschio e sono tutte dedicate a personaggi illustri che oggi non ci sono più, ma hanno certamente  segnato la nostra storia: è il caso di Janis Joplin, Steve Jobs. E’ un modo per ricordare ciò che sono stati in vita, attraverso un simbolo che è chiaramente legato alla morte”.

C’è un altro elemento che riporta al Barocco: la necessità di riempire ogni angolo di spazio rimasto vuoto, per esorcizzare la morte. Anche le sue creazioni tracimano di dettagli: qual è il significato che assume questa tendenza nella sua arte? “Io parto sempre da un elemento che può sembrare insignificante, per poi iniziare ad aggiungere pezzi, dettagli, che concorrono a dare un significato alla creazione. Ma il fatto ancor più strano è che io potrei continuare ad aggiungere elementi anche nel tempo. Ho delle cose che rimangono lì anche diversi anni, poi le riprendo in mano e aggiungo. Sono in divenire, in pratica non sono mai finite”.

Le sue creazioni sono la chiara antitesi del minimalismo, cosa pensa di questa corrente? “In realtà in me esiste una forte contraddizione: io dentro sono minimalista, ho un DNA minimal. Hai presente le case giapponesi, estremamente essenziali, bianche con giardini curati alla perfezione? Ecco io dentro sono esattamente così e tutte quelle cose che ci vengono continuamente buttate addosso dalla nostra società, le percepisco come un’intrusione nella mia vita, nel mio spirito. Il Kitsch è quindi una mia risposta a tutto questo, un modo di cristallizzare tutto quell’insieme di elementi che percepisco come intrusivi nella mia anima. Inoltre, quando creo le ‘mie cose’ esce anche la mia vecchia anima da collezionista: raccolgo dei piccoli oggetti insignificanti e li fisso in un tutt’uno, che non è nemmeno mai veramente finito e che rimane lì per essere osservato, contemplato e basta.

Le sue opere, in una mia personale interpretazione, ricordano le Monadi di Leibniz, ognuna rappresenta un intero mondo a sé stante, fatto di infiniti dettagli, generato dalla sua creatività. E’ una visione attendibile? “Sì, anche se onestamente non credo valga sempre: le mie creazioni sono una diversa dall’altra. Ci sono pezzi che ho realizzato anni fa e che non hanno nulla a che vedere con quelli attuali”.

Curiosando nella sua biografia, ho scoperto che nel corso della sua lunga e poliedrica carriera si è occupato anche della realizzazione di copertine di dischi molto importanti: a suo avviso esiste una corrente ‘Kitsch’ anche nel mondo della musica? “Sì, credo proprio di sì. Io ad esempio, attualmente sono innamorato di un piccolo gruppo, del Sud Africa, che ha un successo planetario, nonostante sia poco sconosciuto in Italia: sto parlando dei Die Antwoord, sono fenomenali. Io consiglio sempre di ascoltare e guardare il brano ‘Fatty boom boom’. Loro hanno il sound perfetto per le mie creazioni, io avrei voluto proprio loro per l’inaugurazione della mia mostra”.

Nonostante sia un artista ‘per sé’, assolutamente libero, ha comunque un messaggio da dare ai giovani e non solo, che intendono avvicinarsi al mondo dell’arte? “Sì è vero, sono un’anima libera, non mi interessa del mercato delle gallerie d’arte e non mi curo nemmeno del giudizio altrui. Quello che si muove in me è un fluido anarchico e creativo. Pertanto se dovessi dispensare dei consigli… volutamente non li darei!”.

Abbandonerà mai il Kitsch per dedicarsi ad altre forme di arte? Riesce ad immaginare un evoluzione di questa attuale fase artistica? “Direi di sì, in questa mostra si vedranno gli ultimi miei pezzi Kitsch, dopodiché mi sposterò sulla ‘sponda opposta’, la mia arte prenderà ‘una piega minimalista’ con elementi e richiami al mondo della natura, dalle cromie appena accennate o del tutto assenti”.

Rudy van der Velde è molto generoso, non si risparmia e una volta terminate le domande di Affari Italiani, continua a mostrarci le sue opere, disposte in ogni angolo del suo studio, creazioni recenti, di moltissimi anni fa e anche qualche preziosa ‘bozza’ per il futuro. Infine ci svela un ultimo interessante dettaglio: ogni sua creazione custodisce un ‘segno particolare’, una sorta di firma, ovvero una sua piccola foto da bambino a colori, replicata decine di volte.

Un caloroso ringraziamento all’artista ‘libero e irriverente’ Rudy van der Velde.

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Affari Italiani

Maggio 2017

ARTE.it – The map of art in italy

30 maggio 2017 Il New Kitsch di Rudy van der Velde in mostra al MAC Milano CRICETI #NUTRIRSIDARTE, L’IRONIA IRRIVERENTE DI RUDY VAN DER VELDE TORNA A MILANO La nostra intervista di Samantha De Martin

Milano – Coraggioso, ironico, dirompente. Basta una breve chiacchierata al telefono con Rudy van der Velde per gustare il modo geniale con cui il “creativo” olandese, l’“artsider” o “artista borderline” come ama definirsi mentre torna a sorprenderci con una nuova attesissima mostra, gioca con l’arte e con le sue “cose”. Sì, perché al pioniere Rudy, primus inventor del New Kitsch, non piace essere definito “Artista” e “cose” è il nome che lui stesso ha scelto per definire, con affetto, quelle opere, alcune mai finite, protagoniste di un «continuo divenire che consiste nell’aggiunta, ma mai in una sottrazione, di elementi sempre nuovi, anche a distanza di anni».

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Dopo il grande successo ottenuto con la grande mostra Kitsch: oggi il kitsch, fortemente voluta e curata da Gillo Dorfles presso la Triennale, Rudy van der Velde torna a Milano con una nuova accattivante performance. CRICETI #nutrirsidarte, allestita dal 6 al 9 giugno negli spazi del MAC – Musica Arte Cultura – e, dal 12 giugno fino al 9 settembre, allo Spazio TID – The Interior Design- sempre a Milano, è una mostra dedicata ai maggiori critici, curatori e storici italiani, da Bonito Oliva a Daverio, da Sgarbi a Bonami, da Beatrice a Crespi.

La prima domanda non poteva quindi che sorgere spontanea. «Tutti mi chiedono da cosa nasca questo titolo. E io rispondo che l’accostamento tra critici e criceti è quasi automatico – spiega il creativo olandese che da oltre 40 anni lavora nel mondo della pubblicità e della carta stampata come direttore creativo, art director, giornalista professionista -. Così come i piccoli roditori sfruttano le loro tasche guanciali per immagazzinare quanto più cibo possibile, allo stesso modo i critici si “riempiono” di ogni genere di arte. Onestamente li invidio un po’». Rudy, più che verso i critici punta i suoi acuminati strali verso il mercato dell’arte, a suo avviso, oggi sempre più gonfiato. «Non vedo l’ora di presentare questo mio mix esplosivo – incalza tra l’ironico e il divertito, Rudy van der Velde -. Non c’è nulla al mondo che fa rabbrividire i critici più del Kitsch».

Ma che cos’è questo Kitsch, anzi, questo “New Kitsch” che caratterizza le sue creature e che tanto orrore genera negli schizzinosi esegeti dell’arte? «Il mio New Kitsch si differenzia dal Kitsch nato a inizio Novecento, per il fatto che utilizzo per le mie creazioni esclusivamente oggetti che appartengono al nostro presente. È anche una strana forma di collezionismo e consiste in elaborazioni di tutto il futile contemporaneo che il mercato produce e che io raccolgo, colleziono e trasformo in altro».

Il messaggio di van der Velde, di denuncia e insieme di risposta, è dunque chiaro: «Siamo sommersi da troppe cose, deviati da robaccia, da un fiume di Kitsch che sta sommergendo la natura, oscurando i rapporti autentici tra gli esseri umani e il rispetto stesso per le diversità». Ma allora, in questo altalenante odi et amo che allontana e al tempo stesso avvicina l’artista alle sue creazioni, che rapporto ha Rudy con l’odiosa “stoffa” che manipola e che, prima ancora di diventare creazione, gli provoca un iniziale senso di rifiuto? «Ho un duplice rapporto con gli oggetti che trovo in giro – confessa – dopo un primo istintivo ribrezzo, mi accosto a loro con leggerezza, con divertimento e gioia infantile, riuscendo alla fine a produrre cose davvero curiose che sorprendono spesso anche me. Non so mai dire dove andrò a parare. Intendo dire che non ho un progetto e che il risultato non è assolutamente prevedibile».

Le piume, gli oggetti più stravaganti e inusuali, i pezzetti che Rudy van der Velde mette in valigia, porta a casa e conserva, accrescendo la disperazione di sua moglie Maria, sono le omeomerie, i semi della sua arte piantati nella fertile fantasia del creativo. Santi e Madonne, teschi e siringhe, cornetti rossi, rose e animali di plastica si muovono nel caleidoscopio di colori che caratterizza la “wunderkammer” di Rudy, una collezione che è una sorta di “stanza delle meraviglie”, dove sacro e profano, mito e consumismo, superstizione e sentimenti coesistono in un poliedrico valzer giocoso, dal quale non è escluso l’amore, espresso, come dice l’artista, anche attraverso i fiori e quei colori «che sono già un atto di amore».

Alcune di queste inedite creazioni saranno protagoniste della mostra CRICETI #nutrirsidarte. Ad esempio, una dedicata a Philippe Daverio che, con il suo testone riempie il monitor televisivo, omaggio del 2008 allo storico dell’arte, così come “BIFIDA-MENTE”una creazione bidimensionale dedicata al professor Gillo Dorfles, “bifidamente” artista, come lo è anche Rudy, nella sua duplice professione di giornalista e «artista borderline». Perché van der Velde – la cui carriera è sempre stata quasi interamente caratterizzata da attività in qualche modo legate alla sua dote creativa – è stato anche, dal 1972 al 1978, il primo grafico impiegato professionalmente presso il Corriere della Sera, supervisore e “pioniere” nella delicata e storica fase di passaggio dal “caldo” (fusione a piombo dei testi) al “freddo” (la prima fase di fotocomposizione con computer).«Avevano il terrore di questo cambiamento, ma ce l’abbiamo fatta» racconta Rudy.

Alla domanda relativa a quale direzione prenderanno le sue creazioni dopo la mostra di Milano, la risposta del creativo è seducente quanto sibillina. «Ho ancora un paio di cose da dire. Innanzitutto concluderò l’esperienza del porno-Kitsch e poi sarà la volta di “PPP” che non significa Pier Paolo Pasolini». Ma purtroppo per scoprire altri dettagli bisognerá attendere.

Adesso è il momento di deliziarsi con CRICETI, mostra che, come tiene a sottolineare l’artista, «non si sarebbe mai realizzata senza la Fondazione Maimeri, nelle coraggiose persone di Gianni Maimeri e Silvia Basta». Sì, perché ci vuole molto coraggio e una buona dose di ironia per promuovere creature così provocatorie e dirompenti. Ed è soprattutto per questo che l’appuntamento con le ludiche, vibranti ed accattivanti sinfonie dell’arte, composte da Rudy van der Velde, sarà un’esperienza stimolante assolutamente da non perdere.

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Arte.it

Maggio 2017

Exibart.com

pubblicato lunedì 5 giugno 2017 I CRITICI D’ARTE SONO CRICETI O VAMPIRI? IL DILEMMA DI RUDY VAN DER VELDE CHE, PER LA MOSTRA DELLA FONDAZIONE MAIMERI DI MILANO, PRESENTA LE SUE SCULTURE NEW KITSCH di Jacqueline Ceresoli

Chi sono i criceti che si nutrono d’arte? Per rispondere alla domanda, il 6 giugno, al Mac di Milano, la Fondazione Maimeri presenta “#Criceti”, una mostra personale di Rutger, noto come Rudy Van der Velde, giornalista, grafico, pubblicitario, illustratore e artista olandese trapiantato a Milano, un referenziato esponente del New Kitsch, nonché pupillo di Gillo Dorfles.

Una dissacrante parata di 14 ritratti di critici medializzati dalla cultura di massa: Gillo Dorfles, Federico Zeri, Arturo Schwarz, Alberto Boatto, Renato Barilli, Lea Vergine, Achille Bonito Oliva, Germano Celant, Flavio Caroli, Philippe Daverio, Vittorio Sgarbi, Francesco Bonami, Luca Beatrice, Angelo Crespi, più un paradossale autoritratto dell’autore dal titolo Alieno.

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Si ricorda che Gillo Dorfles ha rivalutato il Kitsch e compreso le evoluzioni dell’arte “non ortodossa”, diversamente bella, sul fronte teorico con il libro “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” (1968) e “normalizzata” nell’ambito della mostra “Kitsch Oggi”, ospitata alla Triennale di Milano (2012). Rudy van der Velde, in questa occasione, ha presentato una sala animata da opere-simulacri, ex-voto, sculture totemiche, tutte realizzate con diversi materiali, oggetti trash, cineserie, accessori vintage, merletti, bottoni, catenelle, giocattoli e altri residui plastici assemblati in maniera stupefacente. Perché è dell’artista il fine di stupire e destare meraviglia. Provocazione, dissacrazione e ironia sono gli ingredienti pop-ludici delle sue giocose sculture risolte in composizioni impeccabili sul piano formale, soprattutto questi anomali e accattivanti ritratti di critici, dai colori sgargianti, in bilico tra sacro e profano, disordine e caos, che avrebbero affascinato Giuseppe Arcimboldo. Le sue sculture manieriste create da mani “intelligenti” dalla inconfutabile abilità artigianale, sono paradossalmente belle, ben fatte, a loro modo rigorose nella non banale ricerca combinatoria di materiali eterogenei, in cui ogni singolo elemento corrisponde al tutto, in perfetto equilibrio. Sappiamo che l’arte è tutta una questione di gusto e non c’è brutto senza bello e viceversa e, a questo punto, sarebbe interessante scoprire quanti di questi critici “cricetati” si compiaceranno dei loro ritratti. L’ironia e non la bellezza salverà il mondo? Al pubblico l’ardua, o prevedibile, sentenza.

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