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Van der Velde e il nuovo Kitsch

di Gillo Dorfles

Basterebbero i nomi di Hermann Broch e di Clement Greenberg – tra i primi e i più autorevoli ad affrontareil problema del Kitsch – per ribadire l’importanza di questa ambigua “condizione” del gusto. In realtà continuano a esistere due aspetti contrastanti dello stesso: quello decisamente contrario all’autentica valenza dell’opera d’arte e quello, per contro, che spesso si avvale d’un gusto “non ortodosso” per coinvolgerne e potenziarne l’efficacia e l’originalità. Tanto è vero che assai spesso il Kitsch della seconda specie viene impiegato, intenzionalmente o inconsapevolmente, per rafforzare l’incisività di talune operazioni artistiche. E basterebbe riflettere sui tanti esempi di un Kitsch che affiora in movimenti come quelli del Liberty, dello Jugendstil, della Pop Art, ma anche nelle opere di tanti artisti di primo piano che, tuttavia, si sono valsi di “fattori di cattivo gusto” per vivacizzare le loro opere. Si pensi a Baj, a Magritte, a Duchamp, a Rauschenberg, e a molti maestri dell’”arte povera” e della Pop Art. Ecco perché l’antica identificazione del Kitsch con il concetto di “cattivo gusto” non può soddisfare e come  un’opera indiscutibilmente rientrante nel panorama artistico può presentare alcuni elementi di solito identificati con il Kitsch.

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Ed ecco perché un’opera come quella di Rudy van der Velde merita di essere analizzata e giudicata alla stregua di un’opera artistica, pur accettando in pieno la definizione di New Kitsch con la quale egli ha inteso “prendere le distanze” di fronte alle eventuali (e probabili) accuse che verrebbero, e verranno, rivolte alla sua produzione. In altre parole quello che caratterizza buona parte dell’opera dell’artista olandese è l’aver compreso come, ideando e costruendo i suoi prodotti con l’assemblaggio dei più svariati elementi, quasi sempre di un gusto anomalo – dal troppo enfatico al popolaresco, dal feticistico al surrealistico, sempre con composizioni pletoriche, alle volte sgargianti, alle volte lubriche – egli ha effettivamente costruito un “nuovo aspetto” del Kitsch, proprio per l’intenzionalità dello stesso e la sapiente integrazione tra simulacri e talismani, tra relitti trash e ammenicoli della moda più sofisticata (piume, merletti, bottoni, catenelle ecc.), Si considerino alcuni esempi tra i più tipici come ad esempio: Jesus on line, Padre Pio, Light me up Madonna (tra il blasfemo e il sacramentario); il fantasioso Flying Buddha, Sex&Insects (a mezza strada tra il meccanicistico e il sessuofobico); e gli esempi potrebbero continuare perché la fantasia dell’artista è sempre sbrigliata e inattesa. Il caso di Rudy van der Velde mi sembra molto diverso da quello dei tanti artisti che, come ho detto più sopra, si sono valsi di singoli elementi Kitsch per “potenziare” le loro opere – come accadde appunto con Raushenberg, con Jim Dine, con Hamilton, ecc.- perché per quest’ultimi, l’impiego di tali elementi era occasionale o tuttalpiù pretestuoso, mentre nel caso di van der Velde, il Kitsch è stato non solo accettato, ma “glorificato” come fattore essenziale della loro capacità espressiva, dissacratoria e persino ludica. E qui si pone, ovviamente, il consueto quesito: queste abili, fantasiose e spesso giocose composizioni sono da considerarsi come appartenenti all’avanguardia artistica dei nostri giorni, o solo come un persiflage, una presa in giro della stessa? Si tratta, in effetti, di entrambe le situazioni. Per la vivacità immaginativa e l’impeccabile capacità compositiva dei diversi oggetti e frammenti, esse appartengono indubbiamente al novero della creazione artistica odierna; mentre, d’altro canto, nessuno negherebbe che i singoli elementi compositivi, nonché le opere nel loro insieme, debbano essere incluse (con la assoluta convinzione del loro autore) in quello che accettiamo di definire il New Kitsch: dunque un nuovo e sconcertante genere di “cattivo gusto”. La mia non vuole essere una difesa del “cattivo gusto” né vuole assolvere i tanti casi dell’arte dei nostri giorni, deficitaria sia dal punto di vista tecnico che da quello estetico e che spesso è destinata a sprofondare negli abissi della “non-arte”, ma vuole, per contro, sottolineare come, anche con un gusto eterodosso come quello del Kitsch si possa – non sempre ma talvolta – ottenere un quoziente estetico degno di un positivo riconoscimento critico e assiologico e come – non sempre ma qualche volta – scostarsi da un “bello” troppo ufficiale possa condurre a un “brutto” di valore non indifferente, anche se “pericoloso”. Gillo Dorfles Critico d’arte e lui stesso artista, già Ordinario di Estetica nelle Università di Trieste, Milano e Cagliari e visiting Professor presso alcune Università americane, è una delle personalità più eminenti della cultura europea. Da: “Gillo Dorfles gli artisti che ho incontrato” (2015 Skira editore).

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Rudy e Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore e filosofo italiano

DICONO DEL KITSCH

“L’uomo Kitsch svolge un ruolo più importante dell’oggetto Kitsch stesso. Il Kitsch è cominciato con la produzione in serie che ha avvilito l’oggetto e la copia artigianale. Si è espanso nel secolo scorso e ha poi trovato vari artisti che ne hanno dato un’evoluzione positiva conquistandogli territori che prima non possedeva.” Gillo Dorfles


“Il Kitsch è una rottura di qualsiasi schema e non ha bisogno di essere spiegato attraverso una definizione: qualunque cosa può essere kitsch perché kitsch è solo il modo in cui si guardano le cose.” Non avendo mai amato le categorie, trovavo quella del Kitsch, l’estetica in assoluto più libera e arbitraria.” Elio Fiorucci


“C’è una goccia di Kitsch in ogni arte.” Hermann Broch


“Beati quelli che hanno un gusto, fosse pure un cattivo gusto!” Nietzche


“ Il Kitsch è il linguaggio del nostro tempo. In un mondo in cui è la realtà stessa a dominare, nella sua immediatezza, eccentricità e diversità, il Kitsch riesce ad esprimere questa ricchezza meglio di ogni altra tendenza”. Bruno Zevi


“L’artista è un’antenna protesa che capta le cose in anticipo sui tempi.” Flavio Caroli


“L’artista si erge a fondatore di un territorio magico abitato da un’imprevista opulenza di un linguaggio oggettivato in una forma lampante” Achille Bonito Oliva